C’è un momento preciso in cui un dibattito smette di essere un confronto e diventa un rumore di fondo, ed è il momento in cui le parole vengono svuotate del loro significato, rese elastiche fino a poter contenere tutto e il contrario di tutto, perdendo così la loro funzione originaria: quella di orientare il pensiero, delimitare i concetti, rendere possibile una comprensione condivisa della realtà.
Il termine “veganismo” non fa eccezione: negli ultimi anni è diventato uno degli esempi più evidenti di questa deriva linguistica, in cui un concetto preciso viene trasformato in un’etichetta identitaria, adattabile, personalizzabile, negoziabile a seconda delle sensibilità individuali, come se il significato di una parola fosse una questione di percezione soggettiva e non il risultato di una definizione storica, etica e politica.
Eppure il veganismo una definizione ce l’ha, ed è una definizione chiara, formulata da chi quella parola l’ha coniata. La Vegan Society definisce il veganismo come una filosofia e uno stile di vita che esclude, per quanto possibile e praticabile, ogni forma di sfruttamento e di crudeltà nei confronti degli animali, per alimentazione, abbigliamento o qualsiasi altro scopo.
Non una dieta, non una preferenza personale, non una sensibilità variabile, ma una presa di posizione etica che riguarda il rapporto tra esseri umani e animali non umani. E qui è necessario chiarire un altro equivoco centrale: il veganismo non è l’unico ed esclusivo concetto morale di una persona. Non pretende di esaurire l’intero orizzonte etico di chi lo abbraccia, non definisce tutto ciò che una persona è, non la rende automaticamente giusta, coerente o migliore. È una posizione specifica, che riguarda lo sfruttamento animale, non una religione morale totale. Una persona può essere vegana e avere contraddizioni in altri ambiti della propria vita, può essere vegana e sbagliare, può essere vegana e non essere affatto un buon comunicatore. Così come una persona può avere una forte tensione etica su molti fronti e non essere vegana. Confondere questi livelli serve solo a costruire un bersaglio facile da colpire. È da questa confusione che nasce l’idea del vegano come figura moralmente totalizzante, chiamata a incarnare una perfezione impossibile e quindi facilmente caricaturabile.
Dire questo non è elitismo, non è chiusura, non è discriminazione. È semplicemente riconoscere che le parole hanno un significato e che, se quel significato viene dissolto, anche il pensiero che dovrebbe sorreggerlo si dissolve con esso.
Una delle reazioni più frequenti a questa affermazione è l’evocazione di una figura quasi mitologica: il “vegano perfetto”, quello che non sbaglia mai, che vive in uno stato di coerenza assoluta, pronto a giudicare chiunque devia anche di un millimetro. È da qui che nasce l’idea della cosiddetta “polizia vegana”, sempre in agguato per additare, correggere, condannare. Ma questa rappresentazione è una semplificazione comoda, perché sposta il problema dal piano dei concetti a quello dei caratteri individuali.
Persone che comunicano male, in modo aggressivo o divisivo, esistono ovunque: nella politica, nella scienza, nel femminismo, nell’antirazzismo, nell’ambientalismo, in qualunque campo in cui siano in gioco valori forti. Non è una peculiarità del veganismo, né una sua patologia specifica. Non tutti siamo nati comunicatori, non tutti abbiamo studiato comunicazione, non tutti sappiamo difendere un concetto senza irrigidirci o senza ferire. Questo però non invalida il concetto in sé, così come una cattiva spiegazione della matematica non rende falsa la matematica: una comunicazione inefficace non rende sbagliata una definizione. Il problema nasce quando l’attenzione viene spostata intenzionalmente dalla definizione alla forma della contestazione, perché in quel momento il conflitto sul linguaggio diventa uno strumento per sottrarsi al contenuto.
Accanto a chi comunica male, esistono anche persone che intervengono non per giudicare, ma per evitare che venga creata confusione, per riportare il discorso su un piano di coerenza, per ricordare che una parola, se vuole continuare a essere utile, non può significare qualsiasi cosa. Non per difendere un’identità, ma per difendere il senso.
Negli ultimi anni questo problema è diventato ancora più visibile a causa dei social network e delle dinamiche che li governano. I casi di creator che dichiarano di essere vegani e poi scoprono, raccontano o rivendicano di non esserlo, oppure di non esserlo più (Miley Cyrus, Liam Hemsworth, Ellen DeGeneres, Russell Brand, That Vegan Couple, Freelee “The Banana Girl” etc., la lista è lunghissima), sono diventati un contenuto estremamente redditizio in termini di visualizzazioni e interazioni. Il cambio di etichetta genera attenzione, il conflitto genera engagement, la polarizzazione fa crescere i numeri.
Il punto, però, non è il cambiamento in sé. Una persona può cambiare idea, percorso, priorità, senza che questo rappresenti un problema morale. Il punto è un altro: il problema nasce quando si continua a utilizzare un’etichetta che non descrive più ciò che si fa, o quando la si abbandona in modo teatrale, come se il dissenso altrui avesse improvvisamente reso quella parola inapplicabile.
Se una persona mangia uova provenienti dalle proprie galline, continua a considerare quegli animali come produttrici di cibo, ritiene che le uova non consumate siano uno spreco anziché qualcosa che appartiene alle galline che le hanno prodotte, e allo stesso tempo ha eliminato gran parte degli altri prodotti di origine animale dalla propria vita, ha fatto una scelta che riduce significativamente il proprio impatto sullo sfruttamento animale. È una scelta che potrebbe anche essere apprezzata, sostenuta, incoraggiata. Ma non è veganismo. E questo non è un giudizio, è una constatazione descrittiva. Chiamare quella scelta con un altro nome non la rende meno valida, ma chiamarla veganismo la rende falsa, perché quell’etichetta ha un significato preciso.
Se accettassimo l’idea che ogni parola possa significare ciò che ciascuno decide di attribuirle, dovremmo allora accettare che una persona possa definirsi antirazzista pur rivendicando il diritto di discriminare un’etnia specifica, magari sostenendo che quella discriminazione, nel suo caso, è diversa, contestualizzata, personale. Ma una posizione del genere è palesemente contraddittoria, perché l’antirazzismo, per definizione, esclude la discriminazione razziale, senza eccezioni negoziabili.
Lo stesso vale per il veganismo: non si tratta di giudicare le persone né di stabilire gerarchie morali tra chi è “più” o “meno” coerente, ma di riconoscere che un concetto perde ogni valore se può includere anche ciò che nega la sua premessa fondamentale, cioè il rifiuto dello sfruttamento animale.
In oltre vent’anni di veganismo ho visto nascere migliaia di definizioni personali di questa parola. Alcune mi hanno lasciato perplesso, altre mi hanno arricchito. Esistono associazioni e realtà che stimo profondamente, che hanno declinato il veganismo in forme più strette o più ampie, producendo riflessioni stimolanti e politicamente rilevanti. Tutto questo è legittimo ed è parte della vitalità di un movimento, ma non cambia un dato di fondo: la definizione di veganismo resta quella data da chi ha coniato la parola. Le interpretazioni possono dialogare con quella definizione, ampliarla, approfondirla, ma non sostituirla arbitrariamente senza snaturarla.
Proviamo a spostare questo ragionamento fuori dall’etica e a portarlo nel mondo materiale: immaginiamo cosa accadrebbe se ognuno attribuisse alle parole il significato che preferisce. Se, ad esempio, un progettista indicasse nel progetto di un edificio la necessità di utilizzare cemento armato, e chi realizza l’opera decidesse che per lui “cemento armato” e “cemento” sono sostanzialmente la stessa cosa, non parleremmo di pluralità di interpretazioni, ma di un errore grave, potenzialmente pericoloso perché in certi contesti le parole non sono opinioni, ma descrizioni di realtà fisiche, e confonderle non produce inclusività, ma instabilità.
Il linguaggio etico funziona allo stesso modo: quando si accetta una leggerezza semantica, quando si normalizza l’idea che una parola possa significare tutto pur di non escludere nessuno, si finisce per costruire strutture concettuali instabili, destinate prima o poi a collassare sotto il peso delle contraddizioni.
Il veganismo non è un club esclusivo, né un’identità da difendere come un territorio. Non discrimina, non seleziona, non giudica le persone in base alla loro purezza, ma non può neppure rinunciare a ciò che lo definisce, perché farlo significherebbe trasformarlo in qualcos’altro, in una vaga sensibilità animalista che può convivere senza problemi con pratiche di sfruttamento, purché raccontate con le parole giuste.
E qui sta forse il punto più scomodo, ma anche più necessario: non tutte le scelte etiche sono compatibili con tutte le definizioni. Questo non rende una scelta più nobile dell’altra, ma rende disonesto chiamarle con lo stesso nome.
Accettare che le parole abbiano un significato non è un atto di arroganza, ma un atto di responsabilità, perché quando il linguaggio si fa vago, anche la responsabilità si dissolve, e con essa la possibilità di un cambiamento reale, che non sia solo narrato, ma praticato.
In casi come questi, il problema non è che il dibattito sia difficile, ma che venga rifiutato. Spostare l’attenzione dall’incoerenza semantica alla violenza percepita, dall’uso improprio di un termine al tono di chi lo contesta, è un modo efficace per evitare la questione centrale senza affrontarla davvero. Quando il tono diventa aggressivo, il contenuto passa in secondo piano. Il focus non è più ciò che si sta dicendo, ma come lo si sta dicendo. È un meccanismo noto, che si osserva anche nelle manifestazioni di piazza: basta un gesto violento, isolato o meno, perché l’attenzione si sposti immediatamente dalla rivendicazione alla condanna della violenza stessa, lasciando intatto il nodo centrale che si voleva portare alla luce.
Il punto, allora, non è stabilire chi ha parlato meglio o peggio, né schierarsi emotivamente da una parte o dall’altra. Il punto è riconoscere che cambiare il focus non risolve la contraddizione, la nasconde soltanto. E una parola continua a significare ciò che significa, indipendentemente da quanto sia scomodo ammetterlo o da quanto rumore si faccia attorno a quel disagio.
Francesco Castaldo
Volontario di Rifugio Miletta dal 2015.













