C’è una storia che ritorna sempre, cambia solo il paese e il numero. A volte sono 10 cavalli, a volte 30 agnelli, a volte 4 vitelli, a volte ventimila galline.
Il copione è identico: un allevamento sta per mandare gli animali al macello, c’è pochissimo tempo, se qualcuno li prende prima, li può “salvare”.
Il prezzo sembra basso, quasi simbolico… Un patto silenzioso tra chi non vuole uccidere e chi, povero allevatore, non può fare altrimenti, vi è costretto.
Il problema è che questa storia funziona solo finché non si guarda dietro le quinte.
Una gallina ovaiola, quando viene mandata al macello a fine ciclo, vale pochissimo, meno di un euro a individuo, perché il suo valore economico non sta nella carne ma nelle uova che ha già prodotto. Dal punto di vista dell’allevatore, quella gallina è un costo da smaltire, non una risorsa da proteggere.
Una gallina “da carne”, rende poco di più: da un euro e cinquanta a tre euro, in base al peso.
Ed è qui che entra in scena il miracolo della “liberazione”.
Venduta a quattro euro come animale da salvare, la stessa gallina che al macello avrebbe fruttato quasi nulla diventa improvvisamente una gallina d’oro. Non perché la sua vita sia stata riconosciuta come unica e irripetibile, ma perché qualcuno è disposto a pagare di più pur di sentirsi dalla parte giusta della storia.
Nessuna perdita, nessun sacrificio, nessun rischio per chi alleva. Anzi, un guadagno nettamente superiore a quello della filiera ufficiale, e in nero.
Nel frattempo, l’allevamento continua esattamente come prima: le galline tolte vengono sostituite, il ciclo produttivo non si interrompe, non rallenta, non cambia. L’unica cosa che cambia è che una parte dello “smaltimento” viene pagata molto meglio, sfruttando la buona fede e l’urgenza emotiva di chi non sopporta l’idea di una morte annunciata.
È una truffa gentile, senza minacce e senza cattiveria esplicita… Funziona proprio perché fa leva sui sentimenti migliori: la compassione, il desiderio di fare qualcosa di giusto, la paura di arrivare troppo tardi. Ma non cambia il sistema, non mette in discussione l’allevamento, ammassare 20.000 corpi l’uno sull’altro per la loro intera brevissima vita, non riduce la violenza. La rende solo più redditizia.
E alla fine, mentre qualcuno torna a casa con una o due galline convinto di aver cambiato il mondo, ventimila pulcini appena nati arrivano nello stesso posto, destinati allo stesso ciclo, pronti in poche settimane per il prossimo giro al macello.
Se questa storia serve a qualcosa, speriamo serva almeno a rallentare un riflesso automatico. Non quello di scriverci in massa chiedendo di accogliere ventimila galline, come se un rifugio (o i giardini di qualche decina di persone) potesse assorbire l’industria, ma quello di interrogarsi sul proprio ruolo quotidiano in questo meccanismo.
Forse la domanda non è dove mettere quelle galline, ma perché continuano a nascere a migliaia, identiche, intercambiabili, già destinate. Forse il gesto più concreto non è rincorrere l’ennesima emergenza costruita a tavolino, ma spezzare, anche solo un poco, la domanda che rende tutto questo possibile.
Magari la prossima volta il brodo non sarà di pollo. Magari il pasto leggero, “salutare” e “proteico” non avrà un corpo dietro. Magari il pranzo della domenica non avrà bisogno di qualcuno che è vissuto poche settimane per arrivare in un piatto.
Non è una soluzione totale, non è una redenzione, ma è l’unico punto in cui il sistema può davvero incrinarsi. Non quando si compra una vita all’ultimo minuto, ma quando si smette di ordinarne altre.
In un allevamento intensivo, ventimila galline possono stare legalmente in circa millecinquecento metri quadrati, un rettangolo di cinquanta metri per trenta.
In un rifugio, se si prova anche solo a pensare a una vita dignitosa, non a una favola ma alla semplice possibilità di muoversi, quindici metri quadrati a testa sono il minimo, poco meno di un quadrato con lati di quattro metri.
Per dare quello spazio a ventimila galline servirebbero trenta ettari. Ed è qui che la storia delle “ventimila galline da salvare” mostra tutta la sua assurdità: non perché la loro vita non valga, ma perché fingere che basti spostarle da un camion a un altro, da una gabbia a un prato immaginario, significa non voler vedere la sproporzione reale tra ciò che l’allevamento concentra e ciò che una vita degna richiede.
Uno spazio decente per ventimila galline vive è ingombrante, faticoso da immaginare e costosissimo da realizzare: richiede terreni, recinzioni, protezioni dai predatori, lavoro quotidiano di pulizia, somministrazione acqua, cibo, cure veterinarie per chi si ammala. Ci obbliga a fare i conti con i limiti fisici della realtà.
Lo spazio per milioni di galline morte e per miliardi di uova, invece, non ci pesa: sta sugli scaffali delle macellerie e dei supermercati, compresso in confezioni ordinate, invisibili come il dolore che contengono. Non ce ne accorgiamo, non ci pensiamo, non lo percepiamo neppure come spazio occupato, come corpi, come conseguenza di un’uccisione.
È anche per questo che la sproporzione non ci scandalizza: perché ciò che è vivo chiede spazio e attenzione, mentre ciò che è già stato trasformato in merce può sparire alla vista senza creare alcun ingombro.
Ma c’è un ultimo dettaglio che rende questa storia ancora più emblematica: per questo appello si è scatenata una grande mobilitazione. Messaggi, condivisioni, richieste urgenti ai rifugi perché “qualcuno facesse qualcosa”. Peccato che chiamando il numero dell’annuncio, la persona dall’altra parte abbia risposto di non sapere nulla. Nessuna gallina a cui evitare il macello.
Ventimila corpi immaginari e non liberabili hanno generato più rumore di migliaia di animali reali che ogni anno curiamo, nutriamo, gestiamo, seguiamo sullo stesso territorio.
Per quelli veri, quando chiediamo un sostegno continuativo, cinque euro al mese per tenere in piedi cure, strutture, competenze, spesso arriva il silenzio… Forse perché salvare qualcosa che non esiste è emotivamente più semplice che prendersi la responsabilità quotidiana di qualcuno che esiste davvero.
A chi quella responsabilità l’ha già scelta, nel tempo e senza clamore, va il nostro grazie.
Francesco Castaldo
Volontario di Rifugio Miletta dal 2015.













